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Nella sezione "Documenti" sono disponibili le versioni integrali delle mozioni della Portavoce Daniela Santanchè e del Segretario Francesco Storace Il dibattito ne La Destra Proviamola nuova. Proviamola federalista. Proviamola al femminile. Proviamola partecipata. Proviamola con l’anima. Sono i titoli di altrettante Lettere Politiche pubblicate poco più di un anno fa. Volevano essere uno stimolo a creare una destra più moderna e più viva di quella presente nel grigio contenitore di An che di lì a poco sarebbe scomparso. Non torno sulle motivazioni di questa proposta. Basta – per chi ne avesse voglia - andare sul sito www.iniziativaveneto.com e leggersele. Qualcosa accadde dopo qualche settimana. Non dico che via sia stato un nesso causa-effetto. Sarebbe presuntuoso e soprattutto non vero. Ma se nel giro di qualche mese venne fondata La Destra vuol dire che quantomeno c’era qualcun altro che la destra voleva provarla nuova. Il resto della storia è noto. La fondazione ufficiale con la partecipazione entusiastica di Berlusconi. Il voltafaccia. Le elezioni. Il quasi milione di voti. L’esclusione dal parlamento. E arriviamo ad oggi. Che La Destra sia scossa da polemiche non deve meravigliare. E’ normale che un partito discuta, specie in un momento critico come questo. Ma sarebbe sbagliato far passare quello che è un vero e proprio confronto politico come uno scontro fra Storace e la Santanchè. E’ vero che la personalizzazione funziona, ma in questo caso sarebbe una banalizzazione fuorviante. La questione non è personale ma politica e ruota attorno ad un problema non da poco: può La Destra, nel mutato contesto politico, continuare nella sua marcia solitaria o deve inserirsi nel processo costituente del Partito della Libertà? Storace, pur consapevole delle difficoltà derivanti dall’isolamento, sostiene che una destra “sociale e popolare”, come recitava lo slogan della convention tenuta ad Orvieto in luglio, sia destinata, prima o poi, ad avere un peso che non potrà più essere ignorato. Solo allora vi potrà essere una trattativa con Berlusconi. La sua linea politica è quella di un partito identitario che si vada a collocare alla destra del Pdl, in posizione critica nei confronti del governo. La Santanchè invece sostiene che a destra del Pdl vi sia spazio solo per una destra antagonista, stimata in uno 0,2/0,4%, che non appartiene al progetto per il quale La Destra era nata e che la condannerebbe all’isolamento.L’unica prospettiva è allora inserirsi nel processo di costituzione del Pdl recuperando, dopo la parentesi elettorale, il rapporto con Berlusconi. Sono due posizioni incompatibili, che dimostrano che il confronto non può essere ridotto al tifo per Storace o la Santanchè. Si tratta di un dibattito serio che divide ma che non deve spaventare perché in democrazia, tra uomini liberi, purchè vi sia onestà intellettuale, è utile che emergano le diverse opinioni. In un momento tanto importante è allora necessario esporre le proprie idee e farle circolare. Ragion per cui, dopo aver fotografato obiettivamente la situazione, è giusto dire il proprio parere, come ho sempre fatto, senza condizionamenti, con lo strumento della Lettera Politica. Ragioniamo. E’ dalle elezioni che La Destra non fa più politica. Lo scompaginamento provocato dal risultato elettorale ha avuto l’effetto di una deflagrazione nucleare. Nulla è più come prima. Sono scomparsi dal parlamento interi partiti. Si è passati dal bipolarismo al bipartitismo imperfetto. In un quadro politico così semplificato rimane ben poco spazio sulla destra di un governo che sta facendo cose di destra. Ma non è solo questo. Ho ascoltato a Radio Radicale il congresso di Rifondazione Comunista. Per capire la realtà bisogna ascoltare anche gli avversari. Il messaggio che ne è uscito è il seguente: se abbiamo perso le elezioni –dicono i compagni- non è colpa di Bertinotti, ma del fatto che è cambiato il mondo e non c’è più la classe operaia. E se non c’è più la classe operaia non si può più fare la rivoluzione comunista. Che cosa andiamo a dire allora alla gente? Ben poco. Ecco perché abbiamo perso i voti. Ragionamento onesto e oggettivo, di cui i rifondaroli devono tenere conto se vogliono continuare a fare politica.
Ma di cui dobbiamo tenere conto anche noi. Sia nel metodo che nel merito. Nel metodo perché dobbiamo anche noi interrogarci sulle ragioni che hanno limitato la penetrazione del nostro messaggio. E nel merito perché sarebbe sbagliato ricondurle solo alla sindrome del voto inutile. Se il mondo è cambiato per i comunisti è cambiato anche per noi. Effetto della globalizzazione, come esplicitato in altra Lettera politica. Non per colpa di questo o di quello ma perché ci sono venuti meno due elementi fondamentali nella raccolta del consenso: il comunismo ed il nazionalismo.
La mancanza del comunismo e dei suoi presupposti sociali ed economici ha come conseguenza immediata la fine dell’anticomunismo che, se non fa parte dell’essenza della destra, ha rappresentato una potente argomentazione attrattiva. Quanti elettori, quanti militanti, quanti esponenti anche di spicco della destra italiana si sono avvicinati solo in nome dell’anticomunismo! Ebbene, l’anticomunismo non c’è più. Senza comunismo e senza il nazionalismo la destra perde due leve di consenso fondamentali. D’altra parte non è una novità che, finite le ideologie, la politica sarebbe diventata sempre più pragmatica. E così, venuta meno la forza propulsiva di certe idee-forza, l’uomo di destra si orienta sul buon governo, attraverso il quale si possono ottenere tanti piccoli risultati concreti al posto di grandi obiettivi comunque irraggiungibili. Ciò non significa che ci si deva ridurre a concepire l’azione politica come una sorta di mega-amministrazione. Tutt’altro. La caduta delle ideologie non deve significare la rinuncia alle idee. Ma sarebbe sbagliato pensare di far fronte allo scompaginamento epocale che stiamo vivendo aggrappandosi a dei punti d’appoggio che consideriamo sicuri per il solo fatto che li conosciamo, ma che in realtà sono già stati travolti dal procedere del tempo La destra non deve rinunciare a volare alto nè perdere l’anima. Solo che per attualizzare e rendere spendibili nel nuovo contesto i suoi valori c’è da fare un grande lavoro culturale per prendere coscienza compiutamente del cambiamento e trovare un nuovo baricentro su cui appoggiare la propria idea di nazione e declinare le proprie idee e i propri valori. E’ allora evidente che nel partito non si confrontano i fans di Storace e della Santanchè, ma due posizioni politiche. Quella della Santanchè è chiara proposta politica: poiché siamo destra di governo e non destra antagonista dobbiamo partecipare, finchè siamo in tempo, al processo costituente del Partito della Libertà, dove ci saranno tutti gli spazi per andare a fare la destra del centrodestra. Storace invece è nettamente contrario ad entrare nel Pdl. Però non vuole nemmeno imboccare la strada dell’antagonismo, per cui si limita ad affermare che “la destra c’è”, come è stato fatto alla convention social-popolare di Orvieto. Ma questa, più che una proposta politica, è una presa di posizione, una rinuncia ad agire in attesa di tempi migliori. Risulta difficile mettere sullo stesso piano e confrontare una proposta politica che c’è e una che non c’è. Quali sono quindi le prospettive che conseguono all’una o all’altra delle posizioni descritte? Per chi sceglie di star fermo aspettando che la ruota giri, pago della dignità della propria scelta di testimonianza, fedele a un nome, a un simbolo, a un leader si prospetta un periodo, non si sa quanto lungo, di isolamento. E si troverà quasi automaticamente nel ruolo non molto comprensibile di oppositore da destra di un governo di centro-destra. Il che, inevitabilmente, a prescindere dalla volontà, comporterà una dislocazione nell’area dell’antagonismo. Per chi invece sceglierà di entrare a far parte del Pdl, ovvero di uno dei due soggetti del bi-partitismo imperfetto che si è instaurato per volere degli elettori, la prospettiva sarà quella di andare a fare la destra-destra del centrodestra. Dipenderà dalla capacità di chi intraprende questa operazione incrementare il proprio peso specifico –oltre quello assoluto- e creare o una componente o una fondazione o un polo d’attrazione che sia in grado di rappresentare le istanze ed i valori della destra, ma certamente “la pressione di una componente di destra-destra all’interno del Pdl – come recita la mozione congressuale della Santanchè- sarà capace di produrre risultati maggiori e migliori” di un micropartito”. Si tratta, in ultima analisi, di due diversi atteggiamenti di fronte alla mutata realtà. Entrambi degni di rispetto. Due differenti modi per affermare i medesimi ideali, come ha osservato Marcello Veneziani che, oltre ad esserne uno dei più brillanti intellettuali, è uno che di destra se ne intende. Paolo Danieli
Il federalismo fiscale Se non si crea un grande movimento trasversale per ottenere il federalismo non sarà facile per il quarto governo Berlusconi attuare quanto promesso nel programma. Non dubito che ci sia la volontà di attuare la riforma federale. Se non altro per il peso che ha la Lega nella maggioranza. Nè che ci sia la volontà di farlo, mettendo subito mano alle riforme ed all’attuazione del federalismo fiscale, che è poi il nocciolo di tutta la faccenda. Il mio timore ha due ragioni. La prima consiste nel fatto che l’ultimo tentativo di dare all’Italia una riforma istituzionale, devolvendo competenze alle regioni – la devolution appunto- è stato vanificato dalla bocciatura avvenuta con il referendum abrogativo del 2005. Giova ricordare che solo Lombardia e Veneto votarono per la conferma della devoluzione. Tutte le altre regioni si espressero per l’abrogazione. A significare che la maggioranza degli italiani era –almeno allora- contraria, non al federalismo, ma addirittura ad una suo versione edulcorata qual’era appunto la devolution. Seconda ragione, quella economica. Da uno studio della Cga di Mestre, che da anni elabora indagini e studi economici degni di attenzione, ha presentato una simulazione di federalismo fiscale. Da questa risulta che se venisse applicato domani, fissando al 45% ( dato medio nazionale) la copertura che le regioni devono dare alla spesa corrente con tributi propri, solo Lombardia, Veneto e Piemonte ne trarrebbero un beneficio diretto. Col federalismo fiscale infatti un lombardo verrebbe a pagare 323 euro di tasse in meno all’anno; un piemontese 167 ed un veneto 132. Tutti gli altri dovrebbero pagare di più. Ogni campano, per esempio, dovrebbe sborsare 231 euro in pù. Oppure la Regione dovrebbe ridurre servizi per un valore di 506 euro a persona. Gli abitanti della Basilicata dovrebbero pagare tasse per 550 euro l’anno a testa, oppure la Regione ridurre servizi per 1206 euro per ciascun lucano. I calabresi si vedrebbero aumentare le tasse di 506 euro o ridurre i servizi per 1108 euro. Insomma tutte le regioni del centro-sud, comprese alcune del nord o del centro-nord, come Liguria ed Emilia, verrebbero penalizzate. O meglio il federalismo fiscale verrebbe a togliere loro quell’omaggio che l’attuale sistema centralista garantisce loro ogni anno da anni e anni. Per questo temo, ma mi auguro di si, che il Cavaliere non riesca a mantenere l’impegno. Paolo Danieli
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Campagna rinnovo tesseramenti Cari amici, in vista del prossimo Congresso provinciale che si terrà ad Ottobre e del Congresso Nazionale che si terrà a Roma nei giorni 7-8-9 Novembre 2008, è iniziata la campagna per il rinnovo delle tessere!!!! é fondamentale perchè possiate partecipare ai Congressi e alla vita del Nostro Partito che rinnoviate entro il 10 settembre p.v. la vostra iscrizione seguendo le istruzioni al sito www.adesioniladestra.com. Cliccando qui potete scaricare i regolamenti congressuali!! Per qualsiasi informazione non esitate a contattarci!!
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